mercoledì 5 gennaio 2011

Nuovi Appuntamenti:

GIOVEDI’ 20 GENNAIO 2011

ore 21.00

TEATRO MANZONI- PAESE - tv

Ma-l’amore

Storie vissute e testimonianze

di donne maltrattate

“Ma-l’amore” è il racconto di storie, storie vere, vissute: di donne che fanno sentire la loro voce, testimoniando come la violenza abbia tante facce: da quella subita tra le mura di casa, a quella psicologica di chi ti piega al suo volere, a quella infine assodata e accettata come fatto culturale.

E’ un modo per rompere il silenzio, per guardare il problema direttamente con gli occhi di chi l’ha vissuto sulla propria pelle, per infrangere i muri di omertà che spesso diventano prigioni, per fare emergere quella sorta di terra di nessuno, in cui si è prive di qualunque riferimento alternativo….
















martedì 22 giugno 2010

Video di: TRAMONTO

Renato Simoni, per chi fa critica teatrale, è una specie di monumento. Basti pensare che tenne la rubrica di critica al Corriere della Sera dal 1914 (succedendo a Pozza) fino al 1952, anno della morte, scegliendo come successore Eligio Possenti. Firma "mitica", dunque, maestro di stile, artefice di aggettivazioni eleganti e di puntuali analisi, testimone bonario di un tempo assai lungo e di un'arte assai varia. Ma Simoni, oltre che "cronista teatrale" - così si definiva - è stato anche autore: e di livello. Tanto per dirne una, ha co-firmato il libretto di una "sciocchezzuola" che si intitola Turandot, messa in musica da un tal Puccini. E ha fatto regie e scritto anche testi, alcuni di grande spessore. Tra questi, si notano quattro commedie, nella sua lingua d'origine, il "dialetto" veneto (Simoni era di Verona). Ecco allora, tornare sulle scene - con una pregevole operazione di recupero - un testo come Tramonto, scritto da Simoni nel 1906 e ripreso negli anni Ottanta anche da Alberto Lionello ed Erica Blanc.

Che opera è Tramonto? Vi si avvertono strane tensioni: da un lato un afflato ibseniano, con una figura femminile molto forte, esplosiva, complessa, stretta dal marito in una gabbia di inutilità. Dall'altro si respira un vento (pre)pirandelliano, con un gioco di "mascheramenti" e "svelamenti" sociali, incastonati nell'eterno tema del tradimento e delle apparenze. Ma vi si può assaporare anche un gusto più cupo e mortifero, strindberghiano quasi, di una "danza di morte" in cui tutti hanno un conto in sospeso con l'al di là: hanno il sacro terrore di sparire in un nulla di cui Dio è soltanto una vaga rappresentazione poco credibile.

Poi, ecco che si impone un crepuscolarsimo checoviano di civiltà allo sbando, di crollo generalizzato di valori e aspettative, di fallimenti privati e collettivi. Su tutto, ritrovando oggi il testo vivo in scena, domina l'aspro cinismo (questo sì, decisamente contemporaneo) di una comunità blindata nel profitto, nell'arrivismo, nel luogo comune, nella forma. E si ride amaro, molto amaro in questa commedia dai tratti disperati. Insomma, Tramonto è un testo delicato, complesso, ben scritto, vivo di una lingua che è decisamente teatrale. Quindi ha ben fatto il Teatro Stabile del Veneto, con altri coproduttori, a riprendere l'opera di Simoni, proseguendo un percorso di riscoperta della drammaturgia veneta iniziato nelle passate stagioni e passato attraverso Rossato, Palmieri e Gallina con esiti felici.

La storia è quella di una famiglia di provincia. Lui, conte e sindaco, uomo tutto d'un pezzo e di successo, leader per determinazione e volontà. La madre, tiranna, gelida, acida. La moglie, relegata nel silenzio dell'incomprensione. E poi il paese, la gente intorno, con grandi povertà e piccole ambizioni: il prete, il segretario comunale, la nobile decaduta e i contadini arricchiti. Poi c'è un pover'uomo, tradito dalla moglie, che supplica per un posto di maestro: ma ha perso la dignità agli occhi di tutti, proprio per quella donna che lo tradiva, e non avrà l'incarico. L'uomo, allora, instilla nel virile conte il dubbio del tradimento: più che un dubbio, una certezza. Anche lui è stato tradito.

Qui inizia il crollo, lo smontaggio sistematico degli apparati di autogiustificazione, la fine. Del sindaco prepotente, del carrierista, non rimarrà nulla, se non l'amara consapevolezza di sé. E lei? Lei è un bel personaggio: finalmente si libera dei sensi di colpa, esplode, accetta, prende a pugni il marito. Acquista dignità nel disfacimento del marito, ma anche lei è una sconfitta, destinata a rimanere sola.

Insomma, non si salva nessuno nella ricca provincia veneta. E Tramonto è un bello spaccato delle miserie umane, senza reticenze ma nemmeno con inutili asprezze o eccessive violenze o esasperazioni. E sono bravi gli interpreti, capaci di rendere alto un teatro in dialetto che non è certo teatro dialettale. A partire da Giancarlo Previati e Nicoletta Maragno, nei panni della coppia protagonista: lui è impeccabile nell'incarnare la lente dissipazione di sé, quel piegarsi su se stesso fino ad arrivare ad una disarmata nudità; e lei, fragile e inquieta, è tragica e romantica, concreta e aspra. Si diranno "ti odio", nella più assoluta lucidità e amarezza. Accanto a loro il gruppo, affiatato, compatto, di livello, su cui spicca Dorotea Aslanidis, nei panni schietti e feroci della madre. Ma vale citare anche Massimo Somaglino, Lino Spadaro, Pino Costalunga e Andrea Pennacchi che è il povero diavolo che dà il là alla tragedia. A completare il cast Michele Modesto Casarin, Maria Grazia Plos e Eleonora Bolla. Attori forse non troppo aiutati dalle scene (fredde e astratte) di Paolo Fantin.

Resta da dire del regista: Damiano Michieletto. Astro nascente della regia non solo veneta, tra prosa e lirica, Michieletto tiene bene il lavoro ma fa almeno un paio di passi falsi. Come la morte della madre, peraltro non prevista nel testo, che si risolve in un accasciarsi in quinta, con la povera Aslanidis costretta a restare in terra mentre gli altri recitano. O prima ancora un "coro" di voci amplificate, che starebbero a richiamare l'ossessione che scuote il protagonista: effettaccio da pirandellismo un po' manierato e terribilmente déjà-vu.

Visto al Teatro Goldoni di Venezia

Un ricordo del Maestro


Ai giovani dell' "Arlecchino". 29 ottobre 1990.

Miei cari ! Oggi è l'ultima prova dell'Arlecchino, "regolarmente ripetendo". Ciò significa insomma una generale. È l'ultima verifica, non superflua ma certo al limite di ciò che possiamo fare e dare.

Ora la maturazione del nostro lavoro può avvenire solo "col pubblico". Io debbo lasciarvi soli, in questo pomeriggio, perché ho il solito raffreddore e mal di gola stagionale e voglio essere con voi, domani. Il giorno che conta. Ma vi lascio soli perché so di "potervi lasciare soli". Forse di "dovervi" lasciare soli, prima di incontrare il teatro vero con gente vera.

Ormai siete "attori" responsabili, gli unici responsabili dello spettacolo. E so che è in buone mani.
Mi avete dato molta gioia con il vostro essere come siete, con il vostro modo di affrontare il teatro, coi risultati del vostro e nostro lavoro. Siate calmi, sereni, con la gioia di "recitare", di raccontare cose ad altri ma prima ancora di raccontarvele per voi stessi , di "giocare" seriamente e liberamente con questa cosa meravigliosa che è il teatro e di cui voi siete i nuovi servitori e compagni.

È il vostro stato d'animo che, al di là dei toni e dei gesti, si propagherà misteriosamente al pubblico. Se sarete liberi e felici darete liberazione e felicità. E la paura, inevitabile, deve trasformarsi in abbandono ed ebbrezza d'amore e di teatralità.

Buona prova, cari. Avrò la notizia che avete fatto la prova più bella di tutti questi giorni, ne sono sicuro.

Vi abbraccio teneramente

Strehler